È arrivato un altro Natale. E mentre molti di noi brindano, scartano regali e riempiono tavole di ogni ben di Dio, altri sono impegnati a sopravvivere.
Famiglie che oggi proveranno a festeggiare qualcosa in mezzo alle tende allagate di Gaza, senza cibo, senza cure, senza futuro. Civili ucraini che pagano sulla propria pelle una guerra voluta da leader seduti al caldo, lontani dalle bombe.
Ci sono popoli dimenticati in Sudan, Congo, Yemen e decine di altri luoghi di cui non parla nessuno, perché a nessuno interessano.
E poi ci sono anche gli inermi più vicini, quelli di casa nostra. Italiani che non arrivano a fine mese, che faticano a pagare il mutuo, che vivono di stenti e hanno sempre meno speranze.
Che guardano vetrine illuminate e pacchi regalo sgargianti come si guarda un mondo che non ti appartiene. Che non credono più nella giustizia o peggio, che non credono più in niente.
Il Natale non è luci, consumismo e ipocrisia. Il Natale, se ha ancora un senso, è guardare chi sta peggio e non voltarsi dall’altra parte. Se sei tra quelli che stanno meglio, ricordatelo: spesso non è merito ma solo fortuna (a partire da quella di esser nato nel posto giusto o nella parte privilegiata del pianeta terra). E ogni fortuna porta con sé una responsabilità. Dare. Condividere. Aiutare.
Perché un mondo che festeggia ignorando gli ultimi è un mondo che ha già perso tutto.
Buon Natale a chi resiste, a chi alimenta gratitudine, empatia, solidarietà e buon umore. A chi sceglie la sobrietà rispetto agli eccessi. A chi all’odio, la rabbia e lo scontro, preferisce e nutre la pace e l’amore. ��
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